giovedì 27 dicembre 2012
Devo riconoscertelo. Sei stato il mio addio più faticoso. Sei stato il mio addio che non volevo pronunciare. Sei stato il mio addio ripetuto tantissime volte. Sei stato quello gridato, sussurrato, detto con odio, con amore, con tutti i sentimenti possibili. Sei il mio addio che metterò sempre in dubbio.
domenica 23 dicembre 2012
Forse avevamo un numero finito di momenti da passare insieme, un numero contato, metti: cento momenti. In fondo non è molto diverso da ciò che capita a chiunque, se ci pensi, solo che forse i loro momenti sono di più o magari è solo che se li godono invece di sprecarli a combattere impulsi e sentimenti, e se i nostri momenti fossero lenzuola e se i momenti degli altri fossero lenzuola e li stendessimo al sole i nostri sarebbero logori e laceri e i loro immacolati, odorosi di sapone e calore.
Secondo me il nostro errore è stato quello di pensare di avere tempo, di avere tutti i momenti del mondo, di poterli rovinare e accartocciare e gettarceli alle spalle – no, il nostro errore è stato quello di pensare che i momenti sarebbero comunque finiti e non valeva la pena tenerli da conto, trattarli con cura – no, il nostro errore non lo so quale sia stato, so qual è stato il mio.
C’ero una volta io, io ti ho incontrato e ho pensato che potessimo essere noi, ho detto noi e tu non mi hai zittita né contraddetta ma solo perché non mi stavi davvero ascoltando, oppure;
c’ero una volta io, io ti ho inventato quando ancora eri una voce senza occhi e nella mia fantasia avevi la forza di combattere per noi contro di me, contro di te, contro ogni ombra che si fosse messa in mezzo al nostro intreccio di dita, contro ogni cosa che si fosse messa in mezzo tra la mia tempia e la tua spalla, tra la tua fronte e la mia gola, tra i miei capelli e il tuo pugno, tra le tue labbra e la mia schiena, oppure;
c’ero una volta io e ora che comincio a faticare a ricordarti mi chiedo se davvero sei esistito, e ora che non so più pronunciare il tuo nome per paura di evocare fantasmi mi chiedo se il tuo nome non fosse che una tra le tue menzogne, e ora che non mi mancheresti se solo la smettessi di tentare di tenerti in vita con le parole che non ti ho detto, ora che ti ho reso la mancanza, il destinatario muto di ogni mio pensiero -
è come se mi fosse rimasto in mano quell’ultimo momento che non abbiamo avuto e continuassi a dividerlo a metà, non smettendo di sperare che le stesse parole con le quali ti ho evocato, che le stesse parole con le quali ti ho cacciato, che le stesse parole ti ricreino dal nulla in cui ti trovi riportandoti nel nulla in cui mi trovo, nel nella in cui potremmo dare vita a un qualche cosa su misura, a un qualche cosa che se pure non durasse più di un singolo momento basterebbe per la vita, a un qualche cosa che somiglia alla pretesa da bambina di far nascere una pianta da ogni seme di ogni frutto adagiato nel cotone, a un qualche cosa che trasformi finalmente quelle volte che non siamo stati che capaci solo di sprecare in volte buone.
Secondo me il nostro errore è stato quello di pensare di avere tempo, di avere tutti i momenti del mondo, di poterli rovinare e accartocciare e gettarceli alle spalle – no, il nostro errore è stato quello di pensare che i momenti sarebbero comunque finiti e non valeva la pena tenerli da conto, trattarli con cura – no, il nostro errore non lo so quale sia stato, so qual è stato il mio.
C’ero una volta io, io ti ho incontrato e ho pensato che potessimo essere noi, ho detto noi e tu non mi hai zittita né contraddetta ma solo perché non mi stavi davvero ascoltando, oppure;
c’ero una volta io, io ti ho inventato quando ancora eri una voce senza occhi e nella mia fantasia avevi la forza di combattere per noi contro di me, contro di te, contro ogni ombra che si fosse messa in mezzo al nostro intreccio di dita, contro ogni cosa che si fosse messa in mezzo tra la mia tempia e la tua spalla, tra la tua fronte e la mia gola, tra i miei capelli e il tuo pugno, tra le tue labbra e la mia schiena, oppure;
c’ero una volta io e ora che comincio a faticare a ricordarti mi chiedo se davvero sei esistito, e ora che non so più pronunciare il tuo nome per paura di evocare fantasmi mi chiedo se il tuo nome non fosse che una tra le tue menzogne, e ora che non mi mancheresti se solo la smettessi di tentare di tenerti in vita con le parole che non ti ho detto, ora che ti ho reso la mancanza, il destinatario muto di ogni mio pensiero -
è come se mi fosse rimasto in mano quell’ultimo momento che non abbiamo avuto e continuassi a dividerlo a metà, non smettendo di sperare che le stesse parole con le quali ti ho evocato, che le stesse parole con le quali ti ho cacciato, che le stesse parole ti ricreino dal nulla in cui ti trovi riportandoti nel nulla in cui mi trovo, nel nella in cui potremmo dare vita a un qualche cosa su misura, a un qualche cosa che se pure non durasse più di un singolo momento basterebbe per la vita, a un qualche cosa che somiglia alla pretesa da bambina di far nascere una pianta da ogni seme di ogni frutto adagiato nel cotone, a un qualche cosa che trasformi finalmente quelle volte che non siamo stati che capaci solo di sprecare in volte buone.
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